1 1 1 1 La Resilienza Veneziana: Il Ruolo delle Istituzioni Culturali Il rischio paventato da molti per una città d’arte come Venezia è di ridursi a un’area monumentale, testimonianza sempre meno comprensibile di una vita passata, quando non addirittura a una esibizione di spoglie disarticolate offerte alla distratta curiosità del turismo di massa. Il composito mondo veneziano dell’arte e della cultura è molto attivo nello sforzo quotidiano per contrastare l’avverarsi di questo scenario sinistro Le grandi istituzioni culturali come la Biennale, il Gran Teatro la Fenice, le Gallerie dell’Accademia, Palazzo Ducale e i principali Musei Civici, la Fondazione Guggenheim, Palazzo Grassi con la Fondazione Pinault, la Fondazione Cini, e altre ancora, attraggono un pubblico colto italiano e internazionale, fino a comprendere esigenti specialisti e opinion maker del settore. Grazie a loro Venezia si è costruita la reputazione di città dove accadono eventi che daranno forma al futuro delle arti performative e delle arti visive le quali, con il patrimonio culturale – l’heritage – costituiscono il nucleo consolidato del settore culturale. Meno visibile a chi venga dall’esterno, ma non meno rilevante, è il ruolo di un gruppo di altre istituzioni, sorte a partire da oltre un secolo fa a opera di lungimiranti mecenati, come Querini Stampalia, Bevilacqua La Masa, o più recentemente i coniugi Ugo e Olga Levi, che con le Fondazioni che portano il loro nome promossero la pratica dell’arte e della cultura a beneficio della comunità veneziana, della sua capacità di continuare a riconoscersi come tale, della sua resilienza, come diremmo ora. Queste storiche istituzioni locali offrirono un forte sostegno all’identità attraverso la produzione artistica e culturale, due funzioni tra quelle che avevano fatto la grandezza passata e che, nella visione dei mecenati dell’epoca, potevano avere un senso anche nel futuro. La tradizionale consuetudine al dialogo con il mondo è un tratto caratteristico, fin dalle origini, anche di queste organizzazioni. In esse relazionalità, sviluppo di capitale sociale e inclusione, pratica diretta delle arti e abilità artigianali sfumano continuamente l’una nell’altra. Una ricca varietà che, condivisa tra ceti, occupazioni, gruppi sociali e generazioni diverse, rafforza la capacità di adattamento selettivo di una comunità, tiene insieme la città delle persone, allontana la prospettiva dell’aborrito arco tematico. I Veneziani amano queste istituzioni culturali vivono come un soggetto di prossimità: più facilmente accessibili, con strutture leggere, diventano anche centri di aggregazione del consenso dai quali in molti si attendono un contributo alla correzione delle scelte che hanno incentivato uno sviluppo squilibrato del turismo, puntando al mero sfruttamento di uno stock di capitale accumulato nel tempo dalle generazioni precedenti secondo la metafora, un tempo in voga, dei “giacimenti culturali”. Un ulteriore elemento di vitalità di queste protagoniste meno visibili della vita veneziana, non solo di quella artistico culturale, si coglie infine dalla loro crescente apertura alla collaborazione con il mondo delle imprese, alla ricerca delle opportunità emergenti dalla contaminazione tra pratiche e linguaggi artistici e produttivi, dopo una lunga stagione di reciproco disinteresse. 

Tratto da: InTimeMagazine 2017/1
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