1 1 1 1 Palazzo Fortuny celebra i Cadorin, una dinastia di artisti La chioma rosso fiamma di Ida Barbarigo Cadorin, ritratta dal marito Zoran Music, è la spia dell'origine celtica dei Cadorin, che si stabilirono a Venezia già nel XVI secolo, aprendovi la loro bottega di artigiani e artisti. Ed è proprio Ida, ultima discendente della dinastia, una vestale della memoria, a far rivivere la parabola finale di questa vicenda, quale omaggio al nonno Vincenzo (1854-1925) che in fondamenta dei Briati, a Dorsoduro, riaprì bottega fino alla sua morte. Con un' acquirente di eccezione nella Regina Margherita che vi approdò, in un tripudio di folla, nel 1887.
Da questo scrigno di tesori uscirono troni per i papi come quello di Pio X, ora nella Basilica della Salute; stature decorative in pietra e in legno; mobili e suppellettili di rara eleganza. Si era in epoca liberty e Vincenzo, che nel frattempo aveva esposto in più edizioni della Biennale, vi si adeguò. Questa vicenda straordinaria è riassunta nella mostra "La bottega Cadorin. Una dinastia di artisti Veneziani", che si è inaugurata il 25 Novembre a Palazzo Foruny (fino al 27 marzo 2017), voluta dalla direttrice Daniela Ferretti, per la cura di Jean Clair, noto critico francese (firmò la Biennale 1995) e grande amico di Ida e di Zoran, con la moglie Laura Bossi Régnier che ha raccolto i ricordi di Ida. Nei vari campi si distinsero l'architetto Brenno Del Giudice, imparentato con la famgilgia per via della moglie Tullia, e autore nel 1932 del Padiglione Venezia della Biennale; un restauratore di fama europea come Paolo, fratello di Ida; nella scultura lo stesso Vincenzo e il figlio Ettore poi emigrato negli Stati Uniti. In ambito fotografico a dominare è la figura di Augusto Tivoli, il nonno materno, sensibile ritrattista dei suoi familiari e insieme attento cronista che documenta il crollo del campanile di San Marco, nel 1902. Centrale è il capitolo della pittura, a cominciare da Guido, figlio cadetto di Vincenzo e padre di Ida, un maestro del "Realismo magico": la malinconica intensità con cui effigia il figlio Paolo lo colloca tra i maestri del '900. Poi i due protagonisti, Ida e Zoran, sposatisi nel 1950, nel reciproco rapportarsi nei quadri che li rappresentano insieme e, allo stesso tempo, dotati di una loro precisa autonomia artistica. Ida che domina al piano terra, con le sue volute coloarate e leggeree come in "Pasqua" 1963; con le sue Erme che convergono da una appena intravista Venezia disogno e conl'ultima serie, del 2002, di androidi in conflitto tra loro. A Music è riservato il secondo piano, con un campionario dei suoi diversi temi figurativi. A dominare, però, è l'appartata saletta dove sono raccolti i disegni che eseguì nel 1945 mentre era internato a Dachau. Corpi nudi e impudichi a cui è stata negata ogni umanità, se non nello spasimo del grido di angoscia finale.
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