1 1 1 1 Un leone scolpito nel burro: iniziò così, durante una cena, il successo di Antonio Canova Era poco più che bambino Antonio Canova quando, durante una raffinata cena di nobili veneziani nella villa di Asolo del senatore Giovanni Falier, suscitò enorme meraviglia fra gli invitati per aver inciso nel burro, con grande maestria e bravura, la figura di un leone. Il padrone di casa, intuendo il talento del ragazzo, si interessò personalmente del suo futuro, avviandolo allo studio. È una leggenda abbastanza celebre, sull'origine delle fortune dello scultore di Possagno, ma vi è di certo un seme di verità.

Protettore e mentore di Antonio Canova fu successivamente un altro nobile veneziano, Girolamo Zulian, che nel 1779 lo portò con sé a Roma durante il suo mandato di ambasciatore, aprendogli le porte del mondo artistico e accademico italiano. Fu Zulian a fargli avere le prime importanti commissioni durante la sua formazione a Venezia, nel corso dei primi anni d’apprendistato, e fu lui a ordinargli le statue di Psiche e di Teseo sul Minotauro che abbagliarono per la loro bellezza la società della Serenissima. All’epoca, il massimo esponente del Neoclassicismo, soprannominato “il nuovo Fidia”, aveva da poco superato i vent’anni.

Canova era nato a Possagno, nel trevigiano, il primo novembre 1757, in una famiglia benestante. Rimasto orfano del padre Pietro ad appena quattro anni, rimase ad abitare con il nonno Pasino, “tajapiera” e scultore, mentre la madre Angela si risposò e tornò a vivere nella nativa Crespano. Fu il nonno a intuirne per primo la potenzialità artistica, e ad avviarlo alla scultura, prima che i nobili veneziani ne intuissero le capacità e lo prendessero sotto la loro ala protettrice.

La sua vita fu un crescendo di successi, che perpetuò anche dopo la caduta della Serenissima, nel 1797. Fu indubbiamente lo scultore preferito da Napoleone Bonaparte, che lo nominò suo ritrattista ufficiale. Tra le sculture più famose dei membri della famiglia imperiale vi è quella che rappresenta Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone, seminuda, sdraiata su un triclinio romano nell’allegoria di “Venere vincitrice”.

Afflitto da una cronica debolezza di stomaco (acuita dal fatto che il lavoro col trapano a mano, col quale modellava la pietra, avveniva appoggiando l'attrezzo al costato e alla bocca dello stomaco), morì debilitatissimo la mattina del 13 ottobre 1822 a Venezia nei pressi di San Marco, a soli 65 anni, nella casa del vecchio amico Antonio Francesconi, proprietario del Caffè Florian (nonché nipote del fondatore Floriano Francesconi).

Il giorno successivo gli furono prelevati il cuore e la mano destra, che furono immersi nell’alcol. Il corpo fu sepolto a Possagno, nel tempio che lui stesso progettò e donò al suo paese natale. Per la verità Antonio Canova ebbe due funerali: il primo fu celebrato proprio a Possagno, il 25 ottobre; il secondo si tenne invece a Roma il 31 gennaio 1823, nella chiesa dei Santissimi Apostoli. Vi partecipò una folla strabordante, mescolato alla quale vi era anche il poeta Giacomo Leopardi, che si compiacque di aver salutato “il gran Canova”.

Oggi il cuore di Antonio Canova riposa nella chiesa dei Frari, a Venezia, all’interno del cenotafio che lo scultore aveva pensato per Tiziano. La sua mano, dopo essere stata conservata a lungo nel complesso degli Incurabili alle Zattere, sede dell’Accademia di Belle Arti, è tornata a ricongiungersi al resto del corpo.

Articolo di Alberto Toso Fei pubblicato su "Il Gazzettino" del 24/7/2017
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