1 1 1 1 Pietro l'Aretino, intellettuale rinascimentale scostumato, amato, odiato. E temuto. Poche persone sono riuscite a connotare la città e il secolo nel quale sono vissute come Tiziano Vecellio, Jacopo Sansovino e Pietro Aretino a Venezia, nel corso del Cinquecento: pittura, architettura e spirito di quello scorcio di storia riuniti in un terzetto capace di realizzare cose bellissime ma anche di trascorrere assieme nottate intere a far bisboccia. E nessuno dei tre era nato in laguna.

Pietro Bacci (vero nome dell'Aretino) nacque ad Arezzo il 20 aprile del 1492, probabile frutto della relazione fra un povero calzolaio e la cortigiana Margherita “Tita” dei Bonci. Odiato e amato, temuto e ammirato dai suoi contemporanei, l'Aretino fu un uomo licenzioso, la cui leggendaria scostumatezza ha attraversato i secoli. La sua penna mordace e satirica era temuta dai potenti, al punto da meritargli l'appellativo di “Flagello dei Principi”. Per molti detrattori fu semplicemente un arrivista e un cortigiano spregiudicato, ma spesso i nobili lo ricoprirono di doni pur di non averlo nemico. Anche papi e sovrani lo temevano.

Dopo aver soggiornato in varie località si rifugiò nel 1527 a Venezia, fuggendo dalla Roma di Adriano VI. Fu il primo a far “parlare” le statue veneziane, così come faceva a Roma con Pasquino: fu lui infatti a inaugurare una usanza divenuta poi secolare dando voce al Gobbo di Rialto. Prima di trasferirsi nella zona di San Luca (dove morì e fu sepolto), abitò sul Canal Grande proprio di fronte al mercato di Rialto, e scrisse in alcune lettere di poter avere a disposizione “le vigne nei burchi, le caccie e l’uccellagione ne le botteghe, gli orti ne lo spiazzo”. Non solo: non insensibile al fascino femminile, il letterato illustrò nei suoi scritti il passaggio in barca delle “belle spose rilucenti di seta, d’oro e di gioie”. Le sue lettere costituiscono il primo esempio di epistolario in volgare.

L'Aretino è conosciuto soprattutto per le sue opere dai contenuti espliciti (sicuramente per l'epoca), come i “Sonetti lussuriosi” o “La cortigiana”. Scrisse però anche i “Dubbi amorosi”, oltre ad alcune opere di contenuto religioso. Un atteggiamento all'apparenza incoerente, che però disegna la figura di un intellettuale rinascimentale che non esitava a mandare in stampa anche “Ragionamenti” più che apprezzabili. In qualche modo Pietro Bacci contribuì a modo suo al superamento di una visione teologica e medioevale della società, traghettandola verso la modernità.

Morì il 21 ottobre 1556, si dice per un colpo apoplettico che lo fece cadere da una sedia: una leggenda racconta che ciò avvenne mentre rideva di una battuta volgare fatta sul conto delle sue sorelle; un'altra per lo spettacolo offerto da una scimmietta che saltellava a cadeva dentro i suoi stivali. Al di là del mito si è certi invece che, dopo una vita dissipata, all’ultimo istante chiese il prete (anche se un’ulteriore versione vuole che, avendo ricevuto l’estrema unzione, abbia esclamato: “Guardatemi dai topi, or che son unto!”).

Oggi di tanta gloria rimangono dei libri, alcuni ritratti dell'amico Tiziano, e una testina di bronzo realizzata dall'altro amico Sansovino per la porta della sacrestia di San Marco che ne ritrae le fattezze. La sepoltura di San Luca è andata perduta, assieme ad alcune tele che furono rimosse dalla chiesa per evitare che i curiosi andassero ad ammirare il volto di quello scrittore scostumato invece che raccogliersi nella preghiera.

Articolo di Alberto Toso Fei pubblicato su "Il Gazzettino" del 10 Luglio 2017
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